Qualsiasi distanza

Sono nato e vissuto in un paese del sud e sin da bambino mi piaceva che la gente parlasse di me nel bene e nel male. All'asilo finivo sempre con i ceci sotto le ginocchia, alle elementari prendevo bacchettate in continuazione per la mia vivacità e infine alle superiori venni bocciato per la cattiva condotta. Mi sentivo diverso e a disagio rispetto agli altri ragazzi, il senso di inferiorità mi lacerava. Iniziai a fumare i primi spinelli, che non mi facevano più sentire il disagio interiore. Man mano che il tempo passava usavo sempre di più tutto quello che c'era sul mercato, sfiorando la morte in parecchie occasioni e raccontandomi che non ero tossico perché non mi bucavo. A ventisei anni, dopo una relazione finita male provai anche l'eroina e in poco tempo divenni una bestia impazzita, disposta a tutto per usare, ma sempre con l'illusione di potercela fare da solo.

In un periodo di frequenza al Sert mi sposai e smisi di usare droghe sostituendole con psicofarmaci e alcol. Il giorno del matrimonio usai di nuovo e quindi, con mia moglie incinta, decisi di entrare in una comunità. Il percorso comunitario si interruppe nel momento in cui avrei dovuto iniziare la terapia di coppia poiché litigai con un altro paziente e venni espulso.

Tornato alla vita quotidiana, mi impegnai come dirigente nella società di basket della mia città, ma dopo un po’ di tempo ricaddi usando la cocaina in vena, che mi ha procurato più danni di tanti anni di eroina. Ho calpestato tutto e tutti, una volta scaraventai mia moglie in terra con mio figlio in braccio, ho usato in presenza sua e anche di mia madre, la rassegnazione di morire tossicodipendente si era impadronita di tutto me stesso. Vivevo giornalmente il desiderio di smettere e la voragine emotiva del senso di colpa di non riuscirci. Di notte scrivevo rivolgendomi al mio cervello insultandolo e giudicandolo come un organo inutile perché mi richiedeva sempre droghe.

Dopo l'ulteriore promessa a mia moglie che avrei smesso, programmai l'ennesima vacanza nell'illusione che bastasse questo per smettere. Credo che il mio Potere Superiore si sia manifestato proprio attraverso lei, che mi prese quasi di forza (non ci voleva molto per prendere una larva umana come me) e mi portò via anticipando la partenza. Andammo in un villaggio turistico dove conobbi un uomo che lavorava nel bar, e una sera che non riuscivo a dormire gli chiesi se avesse qualcosa per aiutarmi; lui si rese conto che avevo un problema con le droghe (non era difficile capirlo); mi disse che aveva frequentato Alcolisti Anonimi e partecipato a una riunione di Narcotici Anonimi e, anche se beveva e non frequentava, mi parlò del programma con un entusiasmo da farmi incuriosire. Tornato a casa, presi informazioni su dove si tenessero le riunioni di Narcotici Anonimi. Quella più vicina era a Montesilvano, a 350 km da dove abitavo; non avevo la patente che mi era stata tolta, ma facendomi accompagnare da mia moglie andai alla mia prima riunione, alla quale partecipavano cinque persone me compreso. Era una riunione aperta, alla quale assistette anche mia moglie e rimane ancora vivo dentro di me il ricordo di aver sentito smuovere qualcosa nel profondo e aver vissuto quell'emozione in tutta la sua pienezza. Non ero molto presente mentalmente, sudavo in continuazione avendo lasciato la terapia per l’astinenza, ma dopo aver condiviso mi sentii meglio. Non ricordo molto della riunione, ma sentir definire la mia condizione come quella di malato, miracolosamente spezzò il vortice mentale dei se e dei ma: il semplice fatto che avevo una malattia chiamata dipendenza di cui non ero responsabile, ma che ero responsabile di recuperare come stavano facendo altri che avevano vissuto la mia stessa morte interiore, la stessa lacerazione dell'anima. Nella mia mente dopo trentacinque anni di bugie, complotti, manipolazioni, si formulò un pensiero sano: se altri ce la stavano facendo, anch'io potevo a condizione di fare quello che funzionava per loro: partecipare alle riunioni, condividere, stare insieme anche dopo la riunione, leggere la letteratura, usare il telefono e quanto prima iniziare a lavorare i Dodici Passi con un altro dipendente. Mi sono fidato di quelle persone che senza chiedermi niente in cambio mi stavano regalando la loro esperienza e volevo tutti i benefici di questo semplice programma, e così mi tuffai nel recupero con dentro di me una spinta molto forte ad aiutare gli altri. Questo è il messaggio di Narcotici Anonimi: si può vivere senza usare droghe e perdere il desiderio di farlo, ma per mantenere questa promessa bisogna condividerla con altri dipendenti. Ho frequentato il più possibile il gruppo di Montesilvano iniziando anche a frequentare Alcolisti Anonimi nella mia città. Avevo sei mesi di recupero quando insieme ai membri di Montesilvano avviammo un gruppo nella mia città e dopo un po’ in un'altra città della mia regione. Dopo due anni aprimmo un gruppo a Cosenza, sempre incoraggiati anche da membri anziani di Roma. Ora anche nel Sud Italia i dipendenti avevano la speranza di poter recuperare!

Tutto questo mi portava a stare con gli altri e non con il mio nemico storico: "Me stesso". Aprire gruppi per me ha significato chiedere e usare l'esperienza di chi l'aveva fatto prima, con un unico scopo: aprire quella porta a qualunque costo ed esserci perché qualcuno c'era stato per me in quella mia prima riunione.

I primi sette anni ho consumato le strade di tutta Italia percorrendo più di 600.000 km: alcune volte andavo a Roma per partecipare a una riunione, partecipo ancora a quasi tutte le convention sia nazionali che locali.

Non è sempre facile applicare i principi, ma per me è necessario, è una questione di vita o di morte, e il miracolo continua proprio nel momento in cui osservo il mio pensiero malato ma che non lo traduco in azione. Oggi continuo a vincere la mia malattia condividendola e soprattutto continuando a tornare. Prego per non lasciarmi schiacciare dai miei difetti di carattere e mi rendo disponibile nell'aiutare gli altri.

Un augurio di cuore che la mia storia possa aiutare a trovare quello che io ho trovato nelle stanze: serenità e voglia di vivere.

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