Troppo giovane?

Ero tra i più giovani dentro quella stanza quando iniziai il mio recupero, quindici anni fa. Eravamo visti un po’ come degli intrusi, ma non ce ne facemmo un problema e formammo un gruppetto allegro: il mio primo gruppo di amici che meritassero quel nome.

Sono cresciuto in una famiglia disfunzionale dove la paura che mi aveva accompagnato durante l’infanzia si trasformò rapidamente in risentimento e rabbia durante l’adolescenza. La violenza che avrei voluto rivolgere verso il mondo esterno finivo col rivolgerla verso di me. Fui in grado di bruciare tutti i ponti verso una vita che avesse un senso. Ricordo quegli anni come un brutto sogno in cui cercavo di morire. Tutto era iniziato in maniera innocente quando, da bambino, avevo scoperto che sniffare acetone o bere un goccetto di whisky aveva il potere di farmi sentire bene: amavo quel giramento di testa e quel calore dentro. Quell’abbraccio che sentivo nel petto non dipendeva dagli umori di chi avevo intorno, bensì da sostanze accessibili in qualunque momento. Scoprii quello che le sostanze potevano fare per me molto prima di incontrare il mio primo psichiatra.

Nonostante la follia che mi circondava in una famiglia dove c’erano alcolismo, schizofrenia, abuso fisico e psicologico e altre amenità, cercavo di prendere decisioni considerate per me stesso e per mio fratello minore verso cui sentivo una certa responsabilità. Nonostante i miei sforzi finii dalla padella nella brace, vedendo sancita la mia impotenza a governare la mia vita molto prima di cadere nel consumo di droghe. Il mio piccolo mondo andava in pezzi e io licenziai Dio come lo avevo conosciuto nella scuola religiosa che frequentavo. Come poteva un Dio amorevole lasciare che tante ingiustizie accadessero... proprio a me? Poco più che bambino, pieno di paura e di rabbia, senza un Potere Superiore di cui fidarmi: ero un prato secco nella calura estiva, in attesa di un fiammifero.

Iniziai a usare droghe un’estate, la prima estate in cui lontano dalla famiglia potevo bere e fare tardi la notte senza controllo. La prima vera sbronza la presi da solo e tornai a casa carponi scandalizzando tutto il paesino di mia nonna. Finalmente avevo trovato la mia medicina! Dopo quel breve entusiasmo iniziai a scoprire altre droghe e a ripetere uno schema che sarebbe diventato la mia normalità: abusare la nuova sostanza fino a non poterne più e dover trovare qualcosa di nuovo. Rapidamente la mia vita si restrinse e scomparve tutto, divorato dalla dipendenza.

Per anni avevo osservato i tentativi di recupero di mia madre che fallivano in maniera patetica e mi ero fatto un’idea poco favorevole dei Dodici Passi. Quando poi lei celebrò il primo compleanno in Narcotici Anonimi non potei non andare. Non potevo credere ai miei occhi e alle mie orecchie. Le persone che incontrai in quella stanza erano dei sopravvissuti, dei prigionieri della vita come me che avevano trovato un’isola di tranquillità: un porto sicuro e una libertà che durava 24 ore! Sentivo che questi “strumenti” e queste “24 ore” dovevano avere qualcosa di serio. Mi inflissi altri due mesi di sofferenza e finalmente iniziai a frequentare le riunioni con assiduità.

Mi resi conto che per non usare dovevo semplicemente... non usare nulla! La pulizia completa era il “trucco” che mi era sempre sfuggito. Avevo finalmente trovato la famiglia, il gruppo di amici e cosa più importante il Dio che avevo licenziato dodici anni prima e che mi aveva sempre protetto da me stesso nonostante il mio rifiuto furioso di chiedere aiuto. Posso dire senza esagerare che la mia vita iniziò quel giorno quando con lo stomaco che mi bruciava per l’uso del giorno prima decisi che avrei fatto le 24 ore a ogni costo e che questa doveva essere la volta buona di scegliere di appartenere, anima e corpo, a qualcosa. Scelsi di appartenere a Narcotici Anonimi. Mi innamorai rapidamente degli slogan, della letteratura, del linguaggio diretto e franco che mi colpiva come uno schiaffo a ogni frase. Per scrollarmi la negazione di dosso ce ne vollero pochi di schiaffi: ne rimaneva poca per fortuna. Il viaggio incredibile nelle 24 ore senza sostanze culminava nel migliore dei modi con una riunione di sera, ne feci in media una al giorno per i primi otto anni. Inizialmente cercai membri che avessero una solida esperienza di recupero, persone che parlavano di come stare puliti e crescere spiritualmente. Ingoiai il grosso dei primi tre passi come se fosse un pacchetto completo. Come arrendersi davvero senza rimanere completamente scoperti e bisognosi di protezione? Come giungere a credere che un Potere Superiore poteva ricondurmi alla ragione senza gettarmi in ginocchio e chiedere che questo avvenisse subito? Nonostante questo grande sollievo iniziale e una nuvola rosa che durò per più di un anno la mia resa non era completa, e il mio affidamento zoppicante. I momenti iniziali di grande ispirazione si rivelarono in buona parte sfoghi emotivi in cui finalmente potevo ammettere la mia impotenza e far scorrere lacrime che avevo congelato per anni. L’era glaciale stava finendo.

Le mie riserve dovettero cadere poco a poco, nella misura in cui la vita da pulito mi portava a contatto con esse. Durante il primo anno ebbi una relazione con una nuova venuta che quasi mi costò una ricaduta, senza contare le volte che i miei difetti di carattere mi fecero entrare in risentimento con altri membri di NA. Non avevo fatto quella resa completa, ma almeno era un buon inizio. I primi due anni furono i più allegri e spensierati della mia vita, avevo vent’anni e una grande voglia di godermi quello che rimaneva di quell’età in cui molti di noi non hanno grandi responsabilità. Così fu: iniziai a uscire dal guscio con gli amici del recupero e passai tutti gli anni dell’università pulito senza perdermi una festa che valesse la pena. Ovviamente evitavo le situazioni di uso pesanti, ma imparai presto che non tutti hanno problemi di dipendenza e che è possibile per un dipendente in recupero partecipare alle attività sociali senza esporsi a rischi inutili. Gli anni dell’uso, e quelli che l’avevano preceduto, erano stati molto solitari e tutti i miei muscoli sociali erano atrofizzati. La rieducazione avvenne gradualmente, grazie alla pazienza e all’amore della fratellanza.

Avevo deciso di appartenere anima e corpo a Narcotici Anonimi ma non sapevo come fare. Non avevo idea di come potessi uscire dal mio isolamento; la risposta fu semplice: mi lasciai coinvolgere nel servizio. Il servizio divenne rapidamente parte di me e la maniera più semplice e pratica di essere parte del gruppo. Raccomando fortemente a chiunque si avvicini al programma di prendere dei piccoli impegni di servizio non appena abbia deciso di appartenere. NA offre più opportunità di essere utili di quante se ne possano cogliere. Iniziò a cambiare il mio approccio al gruppo e alla vita stessa, iniziai a chiedermi come potevo essere più utile e come potevo far sentire l’amore di NA agli altri.

Il momento del lavoro sul resto del programma arrivò dopo il secondo anno. Scelsi uno sponsor che aveva molti anni di recupero, che frequentava con assiduità e il più delle volte era allegro. Fu una buona scelta perché mi imbarcai in un percorso sul programma che ha capovolto la mia vita e mi ha aperto infinite possibilità. Il lavoro sul resto del programma ha pulito buona parte delle macerie emotive della mia vita, mi ha insegnato a fidarmi di chi è degno di fiducia e a perdonarmi se sbaglio senza per questo tornare a chiudermi a riccio. Oggi posso permettermi di correre il rischio di amare ed essere ferito. Oggi non ho bisogno di tenere segreti, ho amici con cui posso parlare veramente di tutto. Ho scoperto di avere costantemente bisogno di crescere e che se mi fermo posso solo tornare indietro. Ho visto la mia impotenza confermata mille volte e sempre devo riaffermare la mia fede. Ho guardato in faccia le mie mancanze e ho imparato a chiedere scusa. Non ho finito le mie ammende. Alcune che possono essere fatte solo col tempo conducendo una vita completamente diversa, altre richiedono lunghi anni di pazienza fin quando l’altra persona è disposta. Con amore e passione ho raggiunto alcuni risultati molto positivi nell’ambito degli studi, della carriera professionale e delle esperienze di vita, tutto lo devo a NA e a Dio. La cosa più importante è la costante buona volontà di fare pulizia col passato e non accumulare nuovi rimpianti. Oggi so che la mia vita appartiene a quel Potere Superiore che me la ha regalata ben due volte!

Il mio rapporto con il mio Potere Superiore è cambiato nel tempo facendosi sempre più forte; insieme alla capacità di mettermi onestamente in discussione questo rapporto rappresenta il pilastro del mio recupero. Nel corso degli anni ho sponsorizzato persone che avevano a volte anche il doppio dei miei anni anagrafici. Mi hanno insegnato grandi lezioni di umiltà e di apertura mentale e hanno arricchito la mia vita con la loro rinascita e con la loro crescita. Ho visto il miracolo del recupero moltiplicarsi intorno a me: un’esperienza che non ha prezzo. Io che ero al capolinea della mia vita sono diventato un messaggero di speranza. Non esiste lo sponsor perfetto, solo lo sponsor onesto e disinteressato. Trovo il mio equilibrio e la mia più grande allegria nel tentare di aiutare altri dipendenti che desiderano il recupero. Ho scoperto che non esiste il fallimento in questo campo: tutto ciò che possiamo fare è piantare lo stesso seme che abbiamo ricevuto noi e pregare che possa germogliare prima o poi. Se sono pronti non c’è nulla di sbagliato che possa dire, se non sono pronti non c’è nulla di corretto che possa dire. Un dizionario definisce la gioia come: l’aspettativa di qualcosa di buono. Così è come vivo da quindici anni, sapendo che il meglio sta per arrivare e che non me lo voglio perdere per nulla al mondo.

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