Un brutto sogno

Stamattina ho aperto gli occhi e sono rimasto nel letto al buio, ho fatto un brutto sogno ricorrente. So benissimo che nonostante gli anni di recupero, basta un attimo di debolezza, una distrazione o troppa sicurezza per farmi annientare dalla malattia della dipendenza. Stanotte ho sognato di ricadere e mi sembra un ottimo motivo per dedicare un po’ del mio tempo nel ricordare la mia storia e scriverla. Ricordare è importante per me, fondamentale. All’inizio del recupero speravo di poter dimenticare tutto in fretta, di lasciarmi alle spalle tutto ma oggi so che non posso dimenticare se voglio restare pulito.

Sono nato in una città dove è molto facile procurarsi qualunque tipo di droga. È talmente normale trovarla a ogni angolo che a volte non si ha neanche la sensazione di fare qualcosa di illegale. Ho iniziato a bere nel garage del mio miglior amico e ricordo come fosse ieri le tante serate trascorse in giro per la città, mentre i miei amici tredicenni flirtavano con le ragazzine e io vomitavo dietro una macchina poco distante. Dopo pochi mesi la prima canna. Mi piaceva il rito, il circolo che formavano i ragazzi più grandi che mi permettevano di fumare con loro, la musica e il pensiero politico che accompagnava quel primo approccio con il mondo della droga. Dopo circa un anno iniziai a fare sul serio, lo sballo non mi bastava mai e in pochissimo tempo provai ogni tipo di droga. Continuavo a studiare e a vestire i panni del bravo ragazzo ma in brevissimo tempo ero passato dallo sballo del sabato sera a drogarmi quasi tutti i giorni e questo iniziò ad influire anche sul mio rendimento scolastico e sul mio umore. A casa non mi si poteva più parlare con me senza litigare e iniziarono le preoccupazioni finché con una strategica mossa dei miei genitori, fui spedito in un’altra città da mia zia per cambiare ambiente. Funzionò ma non come speravano i miei perché in quella casa di un quartiere periferico della capitale, oltre a mia zia ci viveva una mia cugina che usava l’eroina e una sera non esitai un attimo a provarla insieme a lei. Vomitai tutta la notte ma non me ne separai più. Con l’eroina tutto era diverso, più semplice, più leggero, non avevo più bisogno di una donna, dell’amore dei miei genitori, di conferme esterne di ogni genere ma mi bastava quel tepore che mi dava la sostanza e che mi faceva sentire tanto protetto. Peccato che questa sensazione durò poco e nel giro di un anno non ne potavo più fare a meno. Non avevo più amici, non avevo una compagna, non mi interessava più neanche il mio aspetto e trascuravo sia il modo di vestirmi che l’igiene personale.

Più passava il tempo e più me ne serviva e soprattutto meno lunghi diventavano le ore di autonomia tra una sniffata e l’altra. Si perché io non mi bucavo e così mi sentivo meno tossico. Mi servivano sempre più soldi e i piccoli reati non bastavano più, sempre meno gente si fidava di me. Stavo bene solo dopo essermi fatto ma quella sensazione di serenità era solo apparente e durava pochi istanti. Iniziai a capire che dovevo farmi aiutare e mi presentai al Sert di quartiere che acconsentì a somministrarmi metadone ma solo se avessi fatto un colloquio a settimana con una psicologa. L’esperienza fu forte. Non tanto per il metadone che non sostituì l’eroina ma mi creò una seconda dipendenza fisica ma per i colloqui che diventarono un appuntamento piacevole e diverso per me. A questa giovane donna raccontavo tutto senza paura di essere giudicato e questi incontri diventarono i miei unici momenti sani della settimana. La psicologa mi convinse dopo un paio di anni di terapia a entrare in una comunità di recupero di cui avevo sentito parlare. In piazza si raccontava che gli operatori ti picchiavano e che addirittura avevano ammazzato un povero utente a botte. Le chiesi se era vero quello che si raccontava e lei mi rassicurò. Mi disse di aver scelto quel posto per me in quanto aveva dei contati diretti e che sarebbe potuta entrare per visitarmi qualche volta. Mi bastò e diedi il mio consenso. Questo accadeva quando avevo venticinque anni. Nel colloquio preliminare che ebbi con un operatore della comunità mi disse che per entrare dovevo essere pulito e mi suggerì di non usare più eroina e di scalare il metadone quasi completamente e poi di prenotare il mio ingresso. Uscii da quella stanza con la convinzione di potercela fare, nulla mi avrebbe fermato e la mia vita stava per cambiare. Non avevo fatto i conti con l’astinenza. Bastarono un paio di ore e qualche dolorino per far crollare ogni proposito. Non solo mi andai a fare ma mi feci molto di più del solito. Passai i successivi quattro mesi nel provarci saltando da convinzioni certe a momenti di totale sbandamento. Non capivo cosa mi stava accadendo. Volevo staccare ma non riuscivo a farlo neanche per poche ore. Un mattino mi svegliai e trovai una mia pseudo compagna del momento, (pseudo perché l’unica cosa che facevamo insieme era drogarsi), fredda e immobile sdraiata ancora vestita affianco a me. Provai a rianimarla ma inutilmente. Il medico legale disse che era morta da più di quattro ore. Avevo diviso il letto con lei senza rendermene conto. Neanche questo mi fermò.

Continuai a farmi sempre di più usando ogni difficoltà e dolore per piangermi addosso e usare sempre di più. Fui arrestato ma neanche questo mi diede la forza di reagire. Continuavo ad andare a prendere la mia razione di metadone ma senza fermarmi più dalla terapeuta. Ero poco più di un ragazzino ma stavo seriamente pensando di farla finita. Uccidermi mi sembrava una risposta ragionevole a tutti i miei problemi. Erano anni che non parlavo più con i miei genitori che non sapevano neanche dove vivessi. Ero certo che niente e nessuno avrebbe potuto più salvarmi e che questo processo irreversibile stava giungendo al capolinea. Iniziai a togliere alcune tracce del mio uso a casa perché non volevo che in caso di morte si capisse chi fossi realmente ma un giorno qualcosa cambiò. Incontrai una vecchia conoscenza, un ragazzo con il quale avevo usato e lo vidi diverso. Non aveva più quelle profonde occhiaie che caratterizzavano il suo viso e soprattutto sembrava felice. Mi incuriosì questo cambiamento e lo fermai. Mi disse che stava frequentando le riunioni di un’associazione per smettere di usare e mi lasciò un bigliettino con degli indirizzi: questa associazione si chiamava Narcotici Anonimi. Conservai per settimane questo bigliettino sul comodino finché un giorno decisi di telefonare. Mi rispose una donna. Non sembrava tossica ma pazza. Continuava a ridere e mi parlava di cose senza senso: solo per oggi, resa, Potere Superiore. Però andai ugualmente a una riunione ma arrivai in ritardo e non trovai nessuno. Ci riprovai e finalmente partecipai alla mia prima riunione. Il segretario aveva una bandana in testa, sembrava un tossico incallito. Rimasi colpito dalle testimonianze dei partecipanti e per la prima volta in vita mia capii che non ero solo e che c’era gente con i miei stessi problemi. Tornai ad altre riunioni anche se continuavo a usare. Qualcosa però stava cambiando, più tempo passavo in quelle stanze e più mi sentivo bene. Era mai possibile che semplicemente frequentando quelle riunioni la mia vita stava cambiando? Sembrava proprio di sì. Era il 1997 ed esattamente il 10 settembre quando festeggiai veramente il mio primo giorno senza alcuna droga e da allora non ho più usato. Ho capito quanto fosse facile lasciarmi trasportare dalla corrente del recupero e quanti inutili sforzi avessi finora fatto per remare controcorrente. Iniziai subito a sentirmi meglio. Iniziai a dedicarmi agli altri cercando di dare la mia esperienza. Si trattava proprio di questo: trasmettere agli altri quello che avevo preso per conservarlo dentro di me. Iniziai a fare servizio, prima a livello di gruppo, poi di area, poi regionale fino a servire la fratellanza a livello mondiale. Ho aperto il primo gruppo di Narcotici Anonimi nella mia città natale. Partivamo dalla città in cui vivo a circa 200 Km per poi ritornare indietro dopo la riunione e una buona pizza. Mi riappropriai del mio ruolo di figlio ripristinando uno splendido rapporto con i miei genitori. In recupero sono diventato padre e mi sono sentito per la prima volta un uomo. Ancora oggi non conosco bene la dinamica di quello che mi è accaduto e sinceramente me ne infischio di analizzarla. Mi basta ciò che ho e ho imparato che nella vita tutto è possibile se lo vuoi veramente.

Oggi posso permettermi di telefonare al lavoro e dire che ho fatto un brutto sogno e per questo ho bisogno di scrivere alcune cose senza apparire folle. Tutti conoscono la mia storia e la rispettano. La mia storia di uso e di recupero è la cosa più preziosa che ho e per questo continuo a tornare e a trasmettere questo messaggio a tutte le persone che incontro e che ne hanno bisogno.

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